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“Come riconquistare la ragazza con un paio di scarpe ovvero… pensare con i piedi"

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Analisi di uno spot pubblicitario andato in onda all'interno dell'edizione 2004/2005 del programma "Amici di Maria".
Un pomeriggio di un qualunque giorno della settimana. In onda su una rete Mediaset c’è uno degli innumerevoli programmi di Maria De Filippi, nel caso specifico gli “Amici di Maria” (i doppi sensi si sprecano), che da anni bombarda gli adolescenti e, soprattutto, le adolescenti italiane schiaffando loro in faccia un nuovo modello di uomo/donna di successo. Il “concept” della trasmissione è semplice. Attraverso una pseudo scuola-talk show, un gruppo di giovani ragazzi va a lezione da alcuni super docenti di danza, recitazione e canto che hanno l’arduo compito di trasformarli in un anno in artisti completi ed in veri e propri idoli dello spettacolo, da ammirarsi come dei. Le vie per diventare “in”, almeno secondo il programma, non sembrano molte. L’aspirante deve necessariamente essere un ballerino, meglio se albanese e con un’infanzia difficile alle spalle, un cantante, stile Paola e Chiara o Britney Spears, o un attore, purchè attore di fiction, sia ben chiaro, non certo di teatro, genere troppo difficile ed impegnativo. E’ anche interessante notare come la stragrande maggioranza degli “alunni” si distribuisca tra le prime due discipline. La recitazione (probabilmente la materia, tra le tre, che richiede maggior talento, impegno, cultura e sensibilità d’animo), invece, cattura solo un’esigua minoranza. Durante le minipuntate della trasmissione che vanno in onda nell’arco della settimana, viene trasmesso uno spot pubblicitario mirato sul telespettatore medio di Amici: un adolescente col mito di Kledi & Co. Si tratta della pubblicità delle Atlanta Game: una linea di scarpe sportive di un marchio praticamente sconosciuto che ha necessità di crearsi un “parco clienti”. Lo spot si apre con un gruppetto di amici tutti “fashion” e di bella presenza, che conversano del più e del meno in un attico di un grattacielo (tipica situazione italiana…). E qui, si può gia intravedere il primo intento manipolativo. Lo spot, infatti, crea volutamente un netto divario tra la situazione “in vitro” (venticinquenni belli, atmosfera tranquilla e serena ed un magnifico appartamento in un grattacielo) e quella reale (adolescente, magari butterato dall’acne e con l’apparecchio, chiuso in una stanza di 2 metri per 3 in una casetta in periferia), istillando nel telespettatore un senso di inferiorità ed inadeguatezza. Non potendo comprare la bellezza o l’attico sul Cenral Park, l’attenzione del ragazzo incollato alla Tv si focalizza su ciò che è a sua portata: le scarpe Atlanta Game. Proseguiamo con l’analisi dello spot. Ad un certo punto uno dei ragazzi, fingendo di parlare per conto di un amico, confessa agli altri di essere appena stato mollato dalla fidanzata. Vorrebbe riconquistarla ma non ha idea di come fare. Per fortuna ci sono i suoi amiconi che hanno subito la soluzione per tutti i suoi problemi. Quale? Ma un bel paio di Atlanta Game, ovvio. “Sveglia – gli dicono – Indossa un bel paio di Atlanta e corri da lei”. Allora sì che la ragazza, che 10 minuti prima lo ha lasciato per chissà quale motivo, lo accoglierà a braccia aperte, portandolo all’altare! Come se l’amore dipendesse dal modo di vestire di una persona. E non da una serie di altre componenti (sentimenti, carattere, ecc) ben più importanti. Risulta chiaro, quindi, il messaggio implicito della pubblicità, che vorrebbe attribuire alle Atlanta Game un potere ed un fascino tale da far riaccendere la fiamma dell’amore o, per lo meno, quella della passione. Un potere che, chiaramente, non può essere posseduto da un semplice paio di scarpe, per quanto belle e fascinose possano essere. Le scarpe Atlanta, insomma, risulterebbero quell’elemento in più che fa la differenza tra essere “nessuno” ed essere “qualcuno”. Anche se non si riesce a capire come si possa essere “qualcuno”, cioè migliore delle altre persone, comprando una calzatura prodotta in migliaia di pezzi. (Per essere qualcuno non bisognerebbe essere unici? Distinguersi, cioè, dalla massa standardizzata?). E che dire poi dell’arringa contro l’omologazione? Un messaggio che viene lanciato più volte nello spot ribadisce che è ormai arrivata l’ora di liberarsi dalle mode e dall’omologazione. Il ragazzo, nella fattispecie, è stato lasciato perché vestiva “…giacchettina e maglione a collo alto. Un tipo alla moda insomma!!”. Avere le Atlanta Game ai piedi, invece, è un segno di ribellione, di controtendenza e di emancipazione. Come confermato dallo slogan finale dello spot: “Atlanta Game, liberi dalla testa ai piedi”. Ma come? Dopo che per tre minuti portano avanti l’idea che solo con le Atlanta lo sfigato di turno può riconquistare la ragazza, vengono a dire che comprandole ci si libera? O forse con quella frase intendono riferirsi alla libertà da altre etichette, già famose e con un nutrito seguito di clienti, che si spera in questo modo di dirottare verso il proprio marchio? Sia il primo o il secondo l’intento degli ideatori della pubblicità (o, più probabilmente, tutti e due) sono convinto che, in ogni caso, di libertà ce ne sia ben poca. Soprattutto nella testa e nei piedi. Nel primo caso, infatti, la libertà verrebbe preclusa dal fatto che tutti ci omologheremmo comprando le scarpe Atlanta. Nel secondo, invece, ci libereremmo da una schiavitù (quella dei grandi marchi di calzature) per venire immediatamente sottomessi da un altro padrone, nel caso specifico Atlanta Game. Ma se lo dice una trasmissione di Maria De Filippi, capace di trasformare dei perfetti sconosciuti in “Vips”, perché i ragazzi non dovrebbero credere che con un paio di scarpe possono conquistare il mondo? Brenno Zuccarello

Created by zbrenno
Last modified 09-08-2005 11:10
 
 


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