C'era una volta Truman
Il film di Peter Weir dimostra come la realtà può superare l’immaginazione. The Truman show è stato infatti la premonizione di un futuro che è alla fine arrivato a noi. Immaginatevi che sei anni fa provai orrore e disgusto e mi rifiutai di andare a vedere un film che a mio parere mostrava una realtà raccapricciante. Ora mi sono imposta di vederlo e mi sono sorpresa.
Il Truman è un film anti-mediatico che propone una realtà paradossale in cui un uomo non si accorge nemmeno di essere ripreso. La sequenza più eloquente sono i due minuti introduttivi in cui il regista e lo sceneggiatore (Niccol - Gattaca) si divertono a mettere sul piatto i temi principali del film con un dialogo simulato tra attori, regista, Truman e spettatori. Si tratta di una scena ben montata intervallata dai titoli di testa, dalle interviste dei personaggi principali dello show ed il dialogo mattutino del protagonista.
Molte sono le cose da citare come l’incredibile numero di giorni che sono trascorsi dalla prima puntata, alla meraviglia del faro che cade dal cielo. Vorrei però soffermarmi un momento su alcune cose che trovo essenziali nell’analisi di questo film. In primo luogo volevo parlare della serie infinita di pubblicità più o meno nascosta, dallo strepitoso utensile da cucina, alla vera birra che Marlon offre al suo “caro” amico, cose che fanno sorridere, non di gusto, ma con l’amarezza che solo da spettatori coscienti si può provare. Fa sorridere la scena in cui scoppia un acquazzone proprio sopra la testa di Truman, sembra di scorgervi la mitica nuvoletta fantozziana che tutti prima o poi ci siamo immaginati sopra la nostra testa nei momenti meno felici, un po’ come capita al protagonista che in preda al suo dolore personale si ritrova sotto una doccia fredda finchè non si sposta di due centimetri, al limite del paradossale. Altra chicca del film il tramonto mozzafiato nella quale Marlon esclama: “Certo che il capo ha proprio dei bei colori…” che potrebbe essere diretto ad un Dio che crea un cielo dalle sfumature inimmaginabili, ma che qui è riferito al semidivino Cristof.
Molti hanno analizzato questo film da vari punti di vista, personalmente ho fatto un’analisi comparativa con il capitolo “Il grande inquisitore” del libro I Fratelli Karamazov di Dostoevsky in quanto la figura di Cristof è altamente simbolica e riporta al personaggio dell’inquisitore.
L’unica cosa che, forse, posso affermare è che al di là della piacevolezza o meno si tratta di un film che deve essere visto, un film che fa pensare e che senza premi si è di diritto preso un posto nella storia della cinematografia mondiale.


Cinema: funzione di finzione?
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